IL PCI DAL COMPROMESSO STORICO ALL’ALTERNATIVA

La nuova proposta “antagonistica” si ridurrebbe a vuoto gesto propagandistico se il PCI non tenesse conto dei dati oggettivi della crisi, dei condizionamenti interni e internazionali

di Riccardo Terzi

Alla scelta strategica dell’alternativa, che ha costituito il tema dominante del XVI congresso, il Partito comunista è giunto dopo un lungo percorso accidentato, passando attraverso un travaglio politico e un dibattito interno assai complesso.

Per capire il punto d’approdo, bisogna capire tutto questo processo. Non è una storia rettilinea, non è uno sviluppo tutto ordinato e conseguente, una concatenazione di posizioni coerenti l’una con l’altra. C’è stato, invece, un punto di crisi. C’è stata una fase, dopo l’insuccesso delle elezioni politiche del ‘79, in cui il partito ha stentato a trovare una risposta, ha oscillato, e ha registrato un’incrinatura preoccupante del proprio rapporto con la società. La proposta di alternativa è una risposta a questa crisi, ed è una risposta adeguata solo in quanto riesce a essere davvero innovativa, assumendo i contorni chiari di una svolta, di una ridefinizione del ruolo e degli obiettivi strategici del partito. Con il XVI congresso, questa svolta viene sostanzialmente compiuta con sufficiente nettezza. Si tratta però di non ridurre l’alternativa a formula liberatoria o propagandistica, di vedere quale può essere il processo, quale la dislocazione delle forze, quali gli interlocutori e gli obiettivi.

Le formule politiche hanno sempre un valore soltanto relativo. Sono un’indicazione di marcia, ma divengono di impaccio se vengono assunte in modo assoluto, se si sovrappongono come schemi rigidi alla realtà in movimento.

Così è stato con il compromesso storico. Il nostro errore è stato quello, a mio giudizio, di dare una valenza strategica generale a quello che era un momento di passaggio, di confondere quindi i piani della tattica e della strategia.

 

Una correzione politica sostanziale

La politica della solidarietà democratica diveniva così non solo una politica, ma una concezione una dottrina, e ciò toglieva al PCI quelle doti indispensabili di elasticità tattica, a cui invece non rinunciava la Democrazia cristiana pronta a utilizzare ogni spiraglio e ogni nostra debolezza per logorarci, per riconquistare il proprio ruolo, per uscire da quello stato di necessità che la costringeva a un rapporto con il Partito comunista.

Si pone comunque l’esigenza di un giudizio politico chiaro su quella fase un giudizio che sia equilibrato e non liquidatorio. Nel corso di quegli anni il PCI si è misurato, come forza di governo con i problemi della società nazionale, conquistando una visione politica più matura che non deve in nessun modo andare dispersa. L’alternativa, infatti, si ridurrebbe a vuoto gesto propagandistico se dovesse verificarsi una regressione verso posizioni massimalistiche e settarie.

Non è un’avvertenza scontata, perché in realtà una qualche insorgenza di posizioni estremistiche si sta manifestando nel movimento operaio, e c’è una battaglia politica da condurre, tra i lavoratori e nell’organizzazione sindacale, per impedire che si spezzi il filo dell’unità, che già è pericolosamente sfilacciato, per impostare una discussione serena, responsabile, non viziata dai sospetti, dai processi alle intenzioni, dall’esasperazione e ideologizzazione dei contrasti.

La stessa analisi della crisi economica, italiana e mondiale, esclude semplificazioni, esclude che tutto possa essere affidato alla sola combattività operaia, ma ci impegna nella ricerca di quel «passaggio stretto», di cui si parla nel documento congressuale, passaggio che tenga conto del dati oggettivi della crisi, dei vincoli, delle compatibilità, dei condizionamenti interni e internazionali.

C’è dunque, rispetto all’esperienza del triennio dal ‘76 al ‘79, uno stile, un atteggiamento, un attitudine di forza di governo, che devono restare fermi.

Ma c’è anche, nel contempo, una correzione politica sostanziale, in quanto escludiamo ogni possibile intesa di governo con la Democrazia Cristiana.

È sulla base del fatti, dell’esperienza concreta, e non su pregiudiziali ideologiche, che concepiamo oggi il rapporto nostro con la DC come rapporto tra forze che sono e restano, nella sostanza, forze antagonistiche.

Con la politica della solidarietà democratica ci siamo posti l’obiettivo di sbloccare il sistema politico di far saltare lo schema tradizionale del bipolarismo.

Anche se gli esiti sono stati diversi da quelli che ci eravamo prefissi, il sistema politico ne è uscito comunque modificato, perché sono entrate in una crisi irreversibile le preclusioni di ordine ideologico.

La questione comunista non può più essere accantonata nel nome di una pregiudiziale delimitazione dell’area democratica, ma è, ormai, la questione dei rapporti con un partito che è a pieno titolo parte del sistema democratico, potenziale forza di governo.

In questo senso, la politica che abbiamo seguito negli anni passati è stata una necessaria fase di passaggio; possiamo parlare oggi di alternativa, in termini politici e non propagandistici, perché c’è stato questo passaggio.

Si tratta ora di cogliere i processi reali di crisi e di scomposizione che investono il vecchio blocco dominante, e di agire su di essi. È aperta, nella società italiana, una crisi di legittimità delle classi dirigenti, e ciò si manifesta in forme varie, lungo percorsi diversi, con tutti i rischi, anche, di una protesta cieca, di un rifiuto della politica, di una regressione di segno corporativo.

Per questo l’alternativa non può essere solo una proposta di schieramento, ma nasce dai mutamenti che sono intervenuti nella società, e implica uno spostamento di forze reali, una costruzione di movimenti, un nuovo equilibrio nei rapporti sociali. Non basta la denuncia rituale del sistema di potere democristiano, ma occorre vedere come si può formare un nuovo blocco, intorno a quali obiettivi, a quali proposte politiche si può accelerare tutto il processo, che è virtualmente aperto, della formazione di una nuova guida politica.

 

Non un generico movimentismo

È in questo orizzonte più vasto che si colloca la linea dell’alternativa, cogliendo tutta la ricchezza di un’articolazione sociale complessa che non si esaurisce nella politica e nel sistema dei partiti, che al contrario rivendica spazi di autonomia, nella vita collettiva e in quella individuale, mettendo in discussione il concetto tradizionale del “primato” della politica.

Ma, tuttavia, la specificità del momento politico non può essere elusa, e la linea tracciata con il XVI congresso non si riduce a un generico movimentismo.

I rapporti politici nella sinistra attraversano, come è noto, una fase di difficoltà e di tensione.

Si tratta, però, di vedere la situazione nella sua dinamica, nelle sue possibili tendenze. Nei confronti del PSI, ad esempio, la questione è quella di analizzare la posizione obiettiva in cui esso si trova, e le sue contraddizioni non sciolte.

Il “nuovo corso” del PSI ha consentito, in questi anni, un allargamento dello spazio politico di questo partito, una sua rivitalizzazione. Ma ora non bastano più le doti di dinamismo, di spregiudicatezza, di abilità tattica; la politica della “governabilità” è giunta obiettivamente a un punto morto, e le ambizioni del PSI rischiano ormai di arenarsi in un quadro politico ancora tutto dominato dalle vecchie logiche, e segnato da una volontà di rivincita della Democrazia cristiana.

 

Ridefinire le regole del centralismo democratico

Per questo, la parola d’ordine dell’alternativa non è un messaggio senza risonanza: essa apre, nello stesso gruppo dirigente socialista, le condizioni per un dibattito, per una riflessione, e queste condizioni nuove dobbiamo saperle cogliere, con un lavoro paziente e accorto.

D’altra parte, proprio perché il quadro dei rapporti politici è segnato dalle presenti difficoltà e la sua evoluzione avrà tempi non brevi, diviene fondamentale per il PCI sviluppare il respiro unitario della propria iniziativa.

Sarebbe un errore sia aspettare passivamente la disponibilità di altri, sia attardarsi in una polemica recriminatoria e sterile, ma occorre invece agire come grande forza politica nazionale, che parla all’intera società italiana, che indica soluzioni, in un rapporto aperto con i movimenti e con la cultura del nostro tempo.

Molti hanno sottolineato, commentando il congresso del PCI, il rapporto che necessariamente si pone tra la proposta di alternativa e il rinnovamento del partito.

È un’intuizione giusta, e una conferma è venuta dall’andamento del dibattito congressuale, che è stato animato da uno spirito nuovo di ricerca, da un sommovimento interno che rimette in discussione i rituali di una tradizione ormai appesantita. Contro le previsioni che erano ricorrenti alla vigilia del congresso, dalle organizzazioni di base e dalla massa dei militanti non è venuto un freno, ma all’opposto una sollecitazione a procedere in avanti con coraggio, a mettere in primo piano il tema del partito, della sua identità, del suo rinnovamento.

Si deve partire da quello che è oggi il Partito Comunista: un organismo vivo, complesso, con una pluralità interna di voci, di posizioni, di culture, sensibile ai mutamenti e alle inquietudini della società. Per questo la questione del regime interno è obiettivamente aperta.

A questo partito va ormai stretto l’abito in cui è cresciuto, e le regole consolidate del centralismo democratico hanno bisogno di essere ridefinite, aggiornate.

Non c’è una tendenza, che sia significativa, verso il modello delle correnti organizzate.

C’è invece, assai forte, un’esigenza di democrazia reale, di confronto esplicito delle posizioni, di trasparenza del dibattito.

Questo segnale è venuto, chiarissimo, dai congressi: con una discussione aperta, con il voto sugli emendamenti, con la libertà di un dibattito non bloccato da una concezione feticistica dell’unità, con l’elezione, in molti casi, a scrutinio segreto degli organismi dirigenti.

È un processo che deve andare avanti, e che non ha soltanto un valore interno, ma può determinare nuove condizioni politiche all’interno della sinistra. Le forme della democrazia all’interno del partito stanno infatti in un rapporto assai stretto con la sua capacità di iniziativa politica, di collegamento con la società, e sono una condizione per lo sviluppo pieno e conseguente della politica di alternativa democratica.



Numero progressivo: G8
Busta: 7
Estremi cronologici: 1983, marzo
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Pagine rivista
Tipo: Scritti
Serie: Scritti Politici - PCI -
Pubblicazione: “Critica sociale”, marzo-aprile 1983, pp. 2-3