CONVEGNO STUDENTI UNIVERSITARI

Bologna 7-8 maggio 1965

Relazione di Riccardo Terzi

Le recenti esperienze politiche dei movimento universitario hanno portato a maturazione un arco assai vasto di questioni, teoriche e di prospettiva.

Per questo, crediamo sia di grande utilità una valutazione complessiva di queste esperienze, proprio per comprendere la linea di tendenza che vi è implicita e l’arco di possibilità oggettive che si presentano all’azione politica.

È quasi d’obbligo un riferimento ai caratteri che il movimento studentesco ha assunto nel passato.

La sua origine è dovuta alla formazione di élites intellettuale, impegnate a sperimentare sul terreno culturale e politico la loro sostanziale ispirazione democratica. La molla che animava le esperienze del movimento era l’adesione ai valori della libertà e della democrazia, nella loro accezione più ampia. Ciò era reso possibile dal particolare equilibrio politico che caratterizzava gli anni del centrismo: un blocco di forze sociali e politiche conservatrici, a cui si contrapponeva in modo unitario uno schieramento di sinistra assai differenziato e discendente da diverse matrici culturali. Ciò che si richiedeva era soprattutto una presenza ideale della sinistra, per tenere aperta nell’università una prospettiva di rinnovamento. In tale situazione, la distinzione tra le masse studentesche e le élite dirigenti non poteva essere che assai marcata: da un lato una avanguardia intellettuale impegnata su tutto l’arco delle questioni politiche e culturali, dall’altra la massa degli studenti, a cui si richiedeva non una presenza ed un lavoro quotidiano, ma soltanto una mobilitazione generale nell’occasione di battaglie democratiche di fondo, quale fu quella contro il piano Fanfani, per la riforma della scuola.

D’altro lato, la sinistra universitaria aveva la funzione di legare questa avanguardia intellettuale alle prospettive rivoluzionarie del movimento operaio.

Ma questo legame si realizzava soltanto al livello della scelta, ideologica complessiva, e manteneva quindi un carattere estrinseco e solidaristico.

Accettando questa descrizione come un utile schema di riferimento avvertiamo subito che il terreno su cui è costretto oggi e muoversi il movimento universitario è profondamente modificato.

Anzitutto, si è rotto il vecchio blocco di potere, e le prospettive politiche della classe dominante sollecitano un nuovo sistema di alleanze. Si è aperta col centro-sinistra una nuova fase, i cui caratteri essenziali sono il tentativo di dar vita ad un nuovo blocco di potere, a cui aderisce in modo omogeneo una parte della classe operaia, e una linea programmatrice non più conservatrice in senso stretto, ma volta e far proprie tutte le istanze di ammodernamento proprie del capitalismo più maturo.

Tutto ciò influisce in modo profondo sulla situazione della scuola italiana. L’alternativa non è più fra paralisi e sviluppo, ma fra due concezioni qualitativamente diverse dello sviluppo. Nessuno può negare infatti che attraverso i lavori della Commissione d’indagine, e anche attraverso lo stesso piano Gui, emerge una linee omogenea di riforma capitalistica della scuola italiana. E allora non basta volere la riforma, ma bisogna entrare nel merito dei contenuti, delle soluzioni determinate che ed ogni singolo problema vengono offerte.

Questa situazione sposta l’impegno del movimento studentesco sul terreno delle proposte politiche immediate, delle rivendicazioni degli obiettivi di lotta circoscritti.

Il patrimonio unitario si può salvare solo e questa condizione. E non è un’impresa facile, perché tutto lo schieramento di sinistra subisce un processo di frantumazione: per cui è necessario un faticoso lavoro di analisi, è necessario cogliere le esigenze oggettive che scaturiscono dalla condizione dello studente, e a questo livello trovare un primo momento di unificazione politica, per poi risalire a prospettive di più ampio respiro.

Di qui viene la nuova fisionomia del movimento: sparisce la vecchia componente radicale, travolta dall’acutizzarsi dei contrasti di classe, che dimostrano essere vana l’ipotesi di una via intermedia fra sviluppo monopolistico e prospettiva socialista e si consolida quindi l’egemonia delle forze di orientamento marxista.

Ma, una volta assunta la direzione del movimento universitario, queste forze marxiste non possono rassegnarsi a ricoprire il ruolo delle vecchie élite intellettuali, non possono limitarsi ad un puro atto di testimonianza politico e ideale; ma si apre la prospettiva di un lungo lavoro, di analisi teorica, e di organizzazione.

Analisi del ruolo oggettivo che viene assegnato allo scuola nell’ambito dello sviluppo capitalistico, della particolare collocazione sociale dello studente sia nel presente che nella futura destinazione professionale, analisi dei rapporti che intercorrono fra movimento universitario e movimento operaio, così da non lasciare alla spontaneità o alla buona volontà i risultati a cui può approdare l’esperienza di lotta degli studenti: a dall’altro lato, un lavoro di organizzazione, per portare tutta la massa degli studenti ad una esperienza più avanzata e ad un grado più elevato di maturazione. Nasce allora, in modo ancora generico e indefinito, la parola d’ordine del movimento studentesco di massa.

È necessario soffermarci su questo problema, perché apre alcune questioni politiche di grande rilievo.

Infatti, proprio mentre si lanciava questa nuova prospettiva, si facevano ben pochi sforzi per rovesciare il tipo di impostazione tradizionale di tutto il lavoro di direzione del movimento.

Ci si affidava più alla astratta fiducia nel valore universale del marxismo che al concreto lavoro di organizzazione.

Così, il movimento universitario raggiungeva una difficile fase critica, in cui era matura l’esigenza di nuove forme organizzative, ma rimaneva intatta le vecchia gestione, rimanevano tutti i limiti della vecchia élite dirigente, impegnata in un dibattito culturale che non poteva unificare le aspirazioni delle masse studentesche.

E il problema è ancora oggi aperto, oggetto di una vaste discussione. Quale ruolo si devono dare le forze di sinistra nell’ambito specifico dell’università?

Da una parte si sottolinea l’esigenza di una attiva presenza ideologica, così da far maturare le coscienze, da impedire i disegni di integrazione propri del capitalismo. Ma questa linea ci conduce ad un vicolo cieco, e si fonda su un traviamento profondo della natura del marxismo. Infatti, non è già la coscienza la molla nei movimenti rivoluzionari, ma e l’azione che risolve nella pratica la contraddizioni oggettive: il movimento rivoluzionario conquista la sua egemonia non tanto attraverso la propaganda ideale, quanto nel suo applicarsi alla dinamica delle forze oggettive, per rendere operanti le linee di tendenza dell’intera società.

Solo in questa accezione ha un senso parlare di movimento di massa, perché allora significa comprendere la natura oggettiva del movimento studentesco, e portare alle ultime conseguenze le sue tendenze, le sue reali possibilità di lotta, senza porre in partenza preclusioni ideologiche, senza pretendere di realizzare all’inizio del processo quello che può esserne soltanto la conclusione.

La scelta di un movimento non ideologizzato (ed è questa una condizione necessaria per dare vita ad un movimento di massa) non è quindi un semplice accorgimento tattico, ma è un’esigenza profonda che discende da tutta la nostra impostazione teorica. Guardiamo alla situazione attuale: vi sono le forze cattoliche che mobilitano tutti i loro quadri nella direzione di una specie di apostolato laico.

La funzione delle studente cattolico discende unicamente dal suo essere cattolico, egli ha il compito di testimoniare la propria fede, di entrare in un rapporto con gli altri per affrontare e dibattere i grandi problemi della concezione del mondo. Non c’è unità possibile se non si raggiunge a questo livello un’intesa, se non si fa prima chiarezza intorno a tutti i presupposti ideologici delle nostre scelte immediate. E quindi, non c’è unità possibile in assoluto, non c’è il movimento studentesco, ma vi sono soltanto forze ideali diverse che si misurano sul terreno delle ideologie. Non a caso questa posizione, nella sua formulazione più rigida, è propria delle componenti cattoliche più arretrate e conservatrici, appunto perché di qui discende la paralisi del movimento, la rottura permanente di ogni forma di unità politica. E anche là dove ci si apre ad esigenze di profondo rinnovamento delle strutture, la caratterizzazione ideologica agisce sempre come un freno, che attenua le possibilità oggettive di lotta unitaria.

Così, anche la scuola nel suo complesso, tende ad assegnare allo studente una funzione soltanto ideologica. Proprio mentre fra la scuola e la società si vanno stringendo rapporti sempre più stretti, si presenta un’immagine della scuola soltanto come centro del dibattito culturale, come luogo di confronto delle diverse ideologie. Su questa base, negato il carattere immediatamente sociale e produttivo della funzione dello studente, non è più possibile rovesciare l’egemonia ideologica della classe dominante, proprio perché tale rovesciamento implica un’azione pratica volta a rinnovare le basi oggettive su cui si regge il predominio delle ideologie borghesi. Fino a quando si rimane sul terreno della ideologia, ci sarà sempre spazio per una cultura apologetica dell’ordine presente, e saranno sempre pressoché nulle le possibilità di contestazione per il movimento di classe.

Si tratta allora di rovesciare tutta questa impostazione: il punto di partenza è dato dalla condizione oggettiva dello studente e di qui viene un movimento unitario nella sua tendenza, che supera le barriere ideologiche, riconoscendo tutti i falsi problemi alla concretezza dei rapporti sociali.

Critica alla ideologia come mistificazione quindi, e non competizione ideologica: e questo è il nostro compito nell’università, ed è questo il migliore atto di fedeltà ai principi del marxismo, che non è un’ideologia fra le altre, ma è la teoria che sorregge l’azione rivoluzionaria.

Le esperienze recenti nel movimento studentesco, pur con i limiti che hanno avuto, sono già la prova della fecondità di questa linea.

Due fatti centrali hanno caratterizzato questo ultimo periodo: la conquista di una direzione unitaria del movimento, con la costituzione della giunte UNURI, e la lotta contro il piano governativo, sostenuta da una ricca elaborazione politica.

L’accordo con i cattolici dell’Intesa ha consentito al movimento universitario di uscire da una fase di crisi e di immobilismo permanenti.

Non perché mancassero momenti anche acuti di lotta (basti pensare alle varie occupazioni delle facoltà), ma queste lotte parziali si risolvevano in se stesse, non consentivano una maturazione complessiva del movimento, proprio perché mancava a livello nazionale un organo capace di unificare le esperienze e di generalizzare il significato politica delle singole battaglie. Si passava così delle spontaneità alla direzione, dal settorialismo delle lotte locali ad una fase nuova, in cui le singole lotte venivano direttamente funzionalizzate ad una battaglia politica generale.

In secondo luogo, la collaborazione fra cattolici e marxisti ha rappresentato un primo passo nella strada delle definitiva liquidazione delle remore ideologiche e delle costruzione di un movimento studentesco di massa; si è dimostrata essere reale la possibilità concreta di lavorare in questa direzione, con scadenze ravvicinate. Tutto ciò, certamente, non è avvenuto in modo idilliaco, e l’esistenza dell’intesa cattolica rappresenta tuttora un problema politico di non semplice soluzione. Un’organizzazione, come l’Intesa, che si qualifica sul terreno dell’ideologia, è destinata a subire tutti i limiti politici che da quella ideologie discendono. Non solo perché, qualificandosi come cattolica, è costretta ed entrare in rapporto con il mondo cattolico nel suo complesso, e a subire quindi une serie di condizionamenti, anche pesanti, ma perché soprattutto tutta la tradizione del moderatismo cattolico, la tendenza alla mediazione sociale piuttosto che alle lotta di classe, si riflettono negativamente sul terreno delle scelte politiche.

Questi limiti si sono potuti registrare, dell’azione politica dell’UNURI. Se al livello dell’analisi, vi è stato un comune rifiuto della linee modernizzante propria della Commissione d’indagine, e recepita in senso ancor più moderato dal piano Gui, una distinzione tra cattolici e sinistra universitaria è emersa quanto alla scelta degli strumenti e delle forme di lotte. Nella fase cruciale delle agitazioni contro il piano governativo, l’intesa ha svolto in parte una funzione di freno, rendendo così precario lo stesso accordo programmatico su cui si era costruita le giunta unitaria dell’UNURI.

Ma quali conclusioni possiamo trarre da questi rilievi critici? Vi è chi, anche nell’ambito della nostra organizzazione, vuole contestare il valore di tutta questa esperienza unitaria, appoggiandosi ad una serie di motivazioni.

Anzitutto, l’accordo fra Intesa e UGI, sarebbe la proiezione a livello universitario delle politica di centro-sinistra, sarebbe quindi privato in partenza di ogni possibilità di contestazione.

È, questa, una posizione chiaramente infantile, rivolta all’apparenza degli schieramenti e non alla loro sostanze politica.

E a questa posizione rispondiamo non già rilevando che la presenza dei comunisti non può essere considerata come un dato accessorio e irrilevante, ma facendo riferimento soprattutto alla linea politica che ha reso possibile la giunta UNURI, una linee fondata sul rifiuto totale della politica capitalistica di riforma, anche nelle sue forme più moderne ed efficienti.

Non si è trattato dunque di una convergenza parziale, intorno a problemi di ordine secondario, ma di una unità maturata dopo un lungo dibattito sulle prospettive lontane del movimento universitario.

Resta certamente diverso il quadro teorico in cui si collocano le scelte politiche. I cattolici fanno riferimento ad un modello di società, in cui non viene negato il meccanismo complessivo dell’accumulazione capitalistica, ma soltanto si realizzano momenti parziali di autonomia, e l’università appunto rientra in queste comunità intermedie che sfuggono alla legge del profitto e dei contrasti di classe.

Ma la nostra azione politica unitaria, che li spinge alla lotta aperta contro le linee generali della politica scolastica governativa, li spinge anche a individuare i nessi profondi fra l’organizzazione della cultura e l’assetto capitalistico della società, è un’azione unitaria, che tende a superare nei fatti ogni astratta concezione pluralistica, per cogliere il carattere unitario di tutto lo sviluppo politico e sociale. Crediamo quindi che le possibilità di contestazione siano assai ampie, che il movimento unitario degli studenti, pur non partendo da una dichiarata volontà anticapitalistica, possa giungere e contrastare le tendenze spontanee del capitalismo e la loro espressione politica.

Che valore ha, in questo quadro, la presenza dei cattolici? Abbiamo superato da tempo ogni concezione volgarmente anticlericale, non crediamo dunque che l’esclusiva funzione dei cattolici sia quella di fornire un sostegno ideologico all’assetto sociale presente. Ma, d’altra parte, non vogliano nemmeno mitizzare il valore progressivo del dialogo e della politica unitaria. La collaborazione con i cattolici ha senso non per se stessa, ma per i contenuti politici che afferma.

Una valutazione dell’esperienza dell’UNURI implica dunque una considerazione attenta degli sbocchi e delle conseguenze politiche, senza limitarsi a cogliere la semplice apparenza nello schieramento unitario.

Non vogliamo dunque discutere in astratto del valore delle politica unitaria, ma intendiamo sottolineare i risultati che ne sono derivati. Anzitutto, una capacità di direzione del movimento prima sconosciuta, uno sviluppo delle lotta contro il piano Gui, ed una ricca elaborazione politica e programmatica.

Se è questo il bilancio dell’esperienze dell’UNURI, cadono tutte le possibili obiezioni di principio, e si pone la necessita di trovare nuove linee di sviluppo, lungo la strade già intrapresa.

Il contributo dato dai cattolici dell’Intesa è un fatto di rilievo, soprattutto in reazione alla situazione complessive delle forze cattoliche. L’Intesa è tuttora una componente di minoranza, a cui si contrappongono tendenze integraliste che riducono la funzione dello studente al piano della propaganda e della discussione ideologica. È per noi importante mantenere all’interno del mondo cattolico questa possibilità di una scelta diversa, e ciò dipende dalla nostra azione, dal sostegno politico che possiamo fornire ad un’organizzazione cattolica che voglia operare sul terreno dell’analisi concreta e dell’iniziativa politica.

E questo sostegno politico noi lo garantiamo, non già cercando di bloccare la situazione al punto attuale, ma richiedendo una seria discussione intorno alla natura del movimento studentesco, ai suoi compiti istituzionali e alle sue forme organizzative. È questa la condizione per superare i punti di rottura esistenti, e per uscire dall’ambiguità in cui tutto ii movimento studentesco continua a trovarsi quanto alle definizione dei suoi caratteri essenziali.

Sulla base delle considerazioni già svolte, l’obiettivo di fondo da raggiungere oggi è il superamento di tutte le remote ideologiche e la costruzione di un movimento che corrisponda alla condizione e alle tendenze oggettive degli studenti universitari. In questo quadro, le forme attuali nella collaborazione con i cattolici vanno intese come una fase transitoria in quanto hanno ancora il carattere di una alleanza tra forze politiche e ideali diverse. Crediamo invece possibile un’unita più stretta, che avvenga all’interno di un unico movimento.

Questa unificazione, che avvenga sulla base di una rigorosa definizione del movimento studentesco come movimento sindacale di massa, consente di superare i ritardi e le incertezze che si manifestano nelle varie forze politiche, ritardi che discendono sia da un meccanico riferimento dei problemi universitari ai problemi dei singoli partiti politici, sia dai limiti delle ideologie che vengono assunte come punto di partenza.

La nostra forza sta appunto nell’esser capaci di proporre e dirigere un processo di unificazione del movimento, di conquistare una egemonia non con il terrorismo ideologico, ma aderendo alle tendenze oggettive, alla dinamica reale delle forze sociali.

Avanzando questa proposta politica, noi otteniamo subito dei risultati: suscitiamo un dibattito approfondito sulla natura del movimento studentesco, e mettiamo in evidenza tutti gli ostacoli e gli intralci che sono finora rimasti nascosti; in altri termini costringiamo le ideologie e tradursi in termini politici, e in questo senso contribuiamo ad una chiarificazione di tutta la situazione attuale.

Anche se l’obiettivo non viene raggiunto, rimane questa nostra proposta che ci qualifica come forza unitaria, l’unica che aderisca alle istanza oggettive del movimento studentesco. Nell’ambito di queste scelte, vanno rivedute tutte le forme di organizzazione del movimento e di rappresentanza. Si tratta di costruire una direzione politica che non sia slegata delle esigenze immediate del movimento studentesco, che non sia un puro fatto di vertice, ma si renda funzionale ai compiti di lotta, immediati e a lunga scadenza.

La situazione nella quale ci si è messi fino ad oggi rivela ormai delle crepe e delle insufficienze profonde.

Gli organismi rappresentativi riflettono troppo da vicino il meccanismo proprio della democrazia borghese, per cui manca ogni forma di controllo democratico, di partecipazione di massa alle scelte politiche generali.

In questa situazione, avviene spesso che questi organismi esercitino una funzione non tanto di direzione, quante di freno nei confronti del movimento.

È necessaria allora una profonda revisione, uno sforzo di invenzione politica, e di costruzione organizzativa. Ma, pur sottolineando con forza queste insufficienze attuali, respingiamo tutte le posizioni che negano valore in assoluto agli organismi rappresentativi, vedendo in essi soltanto lo strumento per l’integrazione del movimento universitario, e che si appellano esclusivamente alla spontaneità dei movimenti di base.

Partendo da questa posizione estremista si respingono tutti i risultati raggiunti in questi anni dal movimento universitario, credendo necessario un rilancio su basi completamente diverse.

Ora, noi crediamo anzitutto che sia falsa e superficiale ogni interpretazione del movimento studentesco sulla base delle categorie di base e di vertice.

Gli orientamenti e le scelte dei gruppi dirigenti sono sempre in qualche modo espressione dell’atteggiamento politico della massa studentesca, e se è verificabile una frattura tra questi due momenti, ciò ha delle precise radici oggettive, nel tipo di organizzazione della vita universitaria, che ostacola il momento delle democrazia e tende a valorizzare l’impegno individuale in contrapposizione al lavoro collettivo.

Non basta allora le denuncia moralistica, l’esaltazione mistica della democrazia dal basso, ma è necessaria una linea politica che sia in grado di scalzare queste radici oggettive.

E, troppo spesso, chi si appella alla esigenze di base lo fa per ottenere degli obiettivi di potere esclusivamente personali, in assenza di proposte politiche.

La democrazia non si improvvisa, ma si costruisce in base ad una linea politica giusta, che la rende concretamente possibile. Ed una linea politica ha sempre bisogno di una direzione, di un gruppo dirigente. È certamente vero che gli organismi rappresentativi, per se stessi, comunque siano organizzati, non contestano nulla, ma rientrano nella forme di democrazia proprie della società borghese, è vero anche che a questo livello si rende possibile l’integrazione politica del movimento universitario, l’assorbimento dei suoi obiettivi all’interno di una politica conservatrice o ammodernante. Ma ciò significa ben poco: significa soltanto che il movimento studentesco, nel momento in cui si dà una rappresentanza, esce dalla sua immediatezza sociologica e acquista una dimensione politica, entro cioè in un rapporto determinato con le forze politiche e con le istituzioni democratiche, e in questo senso può sia darsi degli sbocchi rivoluzionari sia accettare l’integrazione nel sistema.

Si aprono così diverse possibilità politiche, e il problema è soltanto quello di rendere più aderenti gli organismi rappresentativi alle stato reale e alle esigenze di lotta del movimento. Anche a questo proposito, l’esperienza dell’UNURI è indicativa. L’Unione nazionale degli studenti universitari è, in via istituzionale, un organismo omogeneo alla forme di organizzazione del potere politico della società capitalistica, è un organismo che ha ricevuto finanziamenti dal potere esecutivo, ma ciò non ha impedito che la rappresentanza studentesca scegliesse una linea politica alternativa a quella del governo e la portasse avanti senza compromessi o cedimenti.

Non ai tratta dunque di buttare a mare le esperienze finora compiute, ma solo di correggere le forme di organizzazione. Accentuare il momento della democrazia significa per noi non già abbracciare l’astratto democraticismo di chi ai appella sempre e comunque alle esigenze soffocate della base, significa invece costruire un’organizzazione che sia da un lato aperta ad una partecipazione di massa, quale viene richiesta dai compiti nuovi del movimento universitario, e che d’altro lato rappresenti già per se stessa un fatto positivo, un elemento concreto di contrapposizione alle tendenze autoritaria proprie del capitalismo sviluppato.

Sono, questi, motivi politici: nelle condizioni attuali una giusta linea politica può essere espressa solo da un’organizzazione che abbia fatto proprio il metodo della democrazia, che mantenga quotidianamente un ampio rapporto con le masse.

Questa esigenza di democrazia è comune sia agli organismi rappresentativi, sia alle singole associazioni universitarie, che, nel quadro di una proposta di unificazione, finirebbero per legarsi strettamente alle forme di autogoverno studentesco.

Una indicazione positiva di una possibile soluzione di questo problema ci viene offerta dall’esperienza milanese: positiva perché si è valorizzata la funzione delle assemblee di facoltà, come organismi democratici di base, e si è cercato di esprimere una direzione politicamente qualificata, che viene eletta in base ad una definita piattaforma politica; si rende così possibile un controllo permanente ed una verifica delle scelte generali.

Questi compiti che abbiamo indicati come propri del movimento universitario scaturiscono anche come conseguenza della lotta unitaria contro il piano Gui. Prescindendo per ora dai contenuti politici di questa lotta, il primo dato che emerge chiaramente è le necessita di rinsaldare l’unita fra le singole componenti del fronte antigovernativo.

Vi è stato un attacco massiccio delle forze conservatrici: tutta la stampa padronale è intervenuta costantemente per spezzare una lancia a favore del piano governativo e contro le richieste degli studenti; si è stretta un’alleanza fra le forze politiche moderate e le aristocrazia accademiche, si è formato dunque un fronte reazionario deciso a contrastare fino in fondo l’iniziativa politica del movimento studentesco.

In questa situazione, ogni divisione può essere causa di un fallimento: è necessario allora, affrontare tutti i problemi dal punto di vista dell’unità del movimento, evitare che si coagulino posizioni qualunquistiche o rinunciatarie, e scegliere gli strumenti di lotta e di intervento così da presentare il movimento universitario non già come una pattuglia d’avanguardia, ma come un fenomeno unitario e di massa.

In questa fase più avanzata della lotta, tutti i problemi che abbiamo posto, e che riguardano l’organizzazione unitaria a democratica degli studenti, diventano concreta esigenza politica, e nel richiedere a tutte le forze politiche una discussione su di essi ed un impegno costruttivo, intendiamo appunto far nostre le esigenze obiettive della lotta unitaria degli studenti.

La lotta contro il piano Gui è stato un banco di prova decisivo per il movimento universitario; e se da un lato ha dimostrato la sua vitalità e la sua capacità di iniziativa, ne ha messo in luce anche i limiti e le insufficienze.

Si è dimostrato come ci sia un’ampia disponibilità all’azione unitaria, si sono viste alla prova le capacità di elaborazione di una linea positiva; ma ancora stentata è la direzione politica, ancora non omogenee le forme di organizzazione, ancora troppo scarsa la partecipazione democratica degli studenti al movimento.

 

La parola d’ordine del sindacalismo universitario non nasce come un’intelligente invenzione, nasce invece dalla attenta considerazione di queste ultime vicende del movimento. I problemi della scuola sono giunti oggi a un punto tale di maturazione per cui si collegano organicamente ai problemi generali dello sviluppo sociale. Questo fatto è stato lucidamente compreso dalle forze borghesi moderate, che hanno impegnato una battaglia di fondo per inquadrare la riforma della scuola entro gli schemi degli interessi capitalistici.

Proprio per questa sua rilevanza politica generale, la battaglia per la riforma scolastica non può essere affidata a semplici gruppi di opinione, né può bastare l’azione parlamentare dei partiti d’avanguardia; è necessaria invece una forza che dall’interno della scuola contesti gli orientamenti governativi e a cui possano concretamente riferirsi le forze politiche di sinistra. Questa forza può essere data soltanto dal movimento studentesco, alla condizione che vengano sciolti i freni delle divisioni ideologiche e venga fino in fondo valorizzato, mediante una seria e organica politica sindacale, l’oggettivo ruolo antagonista, e non corporativo, degli studenti universitari in quanto lavoratori intellettuali.

I dubbi e le riserve che vengono sollevati in merito alla proposta del sindacalismo studentesco non ci sembrano sufficientemente motivati.

L’azione sindacale non è necessariamente corporativa e subalterna, ma il corporativismo è soltanto una forma degenerata di politica sindacale. Il movimento universitario può darsi una dimensione sindacale, nel senso che non si propone fini politici generali, di eversione o di integrazione, non si dichiara quindi anticapitalistico nelle sue premesso, ma lo è nella sua tendenza, negli obiettivi di lotta che si propone.

Un’azione sindacale è possibile in quanto si riconosce all’università una sua dimensione specifica, che implica certamente il rapporto con le strutture sociali, ma non si esaurisce in esso. Se esiste, come noi crediamo, questa dimensione specifica, se la scuola non è soltanto il riflesso delle contraddizioni generali della società, ma essa stessa ha un ruolo attivo e interviene nella determinazione delle sviluppo economico, allora è possibile una linea di proposte positive che, nell’ambito dell’organizzazione universitaria, raccolga un ampio arco di forze, senza mettere in discussione l’assetto generale della società, ma senza ripiegare nella difesa sterile di interessi corporativi.

Le caratteristiche di fondo che definiscono, a nostro giudizio, i tratti essenziali di una politica sindacale a livello universitario sono dunque le seguenti:

1) la rinuncia ad ogni pregiudiziale ideologica e alle definizione di fini politici generali;

2) la definizione di una linea positiva di riforma, che investa le strutture scolastiche nella loro unità organica, e non in modo frazionato e settoriale;

3) un’analisi del rapporto tra università e società, e, in questo ambito, anche un rapporto con le altre forze sindacali, e politiche;

4) le mobilitazione delle masse studentesche e la loro organizzazione tendenzialmente unitarie.

Sono queste le proposte che noi offriamo come piattaforma politica al prossimo congresso dell’UGI.

Crediamo estremamente necessario che da questo Congresso si esca con una scelta precisa quanto alla natura del movimento universitario e alle sue forme di organizzazione, crediamo necessario che l’UGI colga l’occasione di questo suo congresso per presentare a tutto il mondo universitario una sua proposta politica generale, che la qualifichi come l’espressione più diretta ed efficace delle istanze reali degli studenti e del loro potenziale unitario.

A questo scopo, si richiede un serio sforzo autocritico: se nel passato, come già abbiamo rilevato, la sinistra universitaria non poteva essere che l’espressione diretta di forze politiche, e aveva il compito di formare un’avanguardia di giovani intellettuali, mediante un costante dibattito sulle prospettive politiche e nella questioni teoriche, se fino ad oggi l’UGI è stato in larga misure il luogo d’incontro delle Federazioni giovanili della sinistra operaia, contribuendo in modo positivo anche all’arricchimento delle rispettive linee politiche nella fase attuale l’impostazione complessiva del lavoro dell’UGI deve essere modificata. Le difficoltà in cui versa la sinistra italiana finirebbero per trasferirsi all’interno dell’Unione goliardica, rendendo sempre più precaria la sua piattaforma politica: l’unità va invece ritrovata nella definizione di una linea rivendicativa avanzata, nella individuazione dei tratti generali e specifici della condizione dello studente, e degli obiettivi che ne derivano sul terreno dell’azione sindacale.

È questo il migliore contributo che può essere dato non solo alla battaglia democratica per la riforma delle strutture scolastiche, ma anche per il movimento operaio nella sua organizzazione politica. È questo infatti il momento in cui si richiede una forte tensione politica ed una intensificazione del dibattito e della ricerca all’interno dei partiti: ed una sovrapposizione del piano sindacale e del piano politico, una definizione non marcata dei rispettivi ambiti d’azione non può che confondere ulteriormente il quadro politico in cui si muove la sinistra italiana. Queste esigenza di chiarezza, che speriamo essere comune e tutte le forze di sinistra che operano nell’UGI, la poniamo come condizione di base per un rilancio politico della FGCI, e su questa linea chiediamo siano superate tutte le esitazioni e le ambiguità.

Questo nostro convegno, se da un lato si propone l’obiettivo di esercitare un’influenza su tutte le forze vive del movimento universitario, vuole essere anzitutto il luogo e lo strumento per una unificazione politica del quadro universitario della FGCI. Una unificazione che non si realizzi al livello più basso, che non sia il minimo comune denominatore fra le diverse posizioni, ma rappresenti al contrario uno sviluppo e un arricchimento politico, un momento più avanzato di elaborazione.

Questo nostro intento non si riferisce soltanto alle scadenze immediate, quale è quella del congresso dell’UGI. Non è questa una riunione della corrente comunista, in cui si vogliono inquadrare i delegati comunisti. Certamente, dobbiamo presentarci al congresso dell’UGI con una linea omogenea e battere ogni azione individuale di disturbo, ma soprattutto dobbiamo arricchire il nostro patrimonio, avere la capacita e le forze di riferire le scelte che operiamo nell’università e nel movimento unitario alla linea politica generale della FGCI, quale si è venuta definendo in questi ultimi anni. Gli universitari comunisti non possono sfuggire a questa esigenza, che è per loro un impegno ed un atto di coerenza, non possono impegnare tutte le loro energie e capacità rimanendo ai margini dell’organizzazione politica, senza fare i conti con la linea e con gli obiettivi politici che le sono propri.

Ho voluto sottolineare l’importanza di questo che io definirei “senso del partito”, perché spesso nella polemica contro il sindacalismo universitario è rintracciabile non tanto una diversa impostazione teorica, quanto la volontà opportunistica di fare dell’UGI una facile palestra per il proprio discorso politico, non avendo la forza di entrare in un rapporto costruttivo e critico con tutto il patrimonio politico dalla Federazione giovanile comunista.

È questo un atteggiamento che va respinto, in quanto sottrae forze ed energie all’organizzazione politica, e non aiuta certo il movimento studentesco a uscire dalle sue difficoltà. Se si vuole il dibattito culturale e scientifico, la verifica del marxismo nei suoi aspetti teorici e metodici, questo può e deve svilupparsi nelle istanze politiche, nell’ambito di un’organizzazione politica che sappia cogliere il ruolo specifico degli intellettuali e definirlo in termini organizzativi.

Questa chiarezza, ripeto, è la condizione per un rilancio politico della FGCI: ed uno sviluppo del discorso teorico e della ricerca dall’interno della nostra organizzazione, e quindi una piena utilizzazione delle energie intellettuali di cui disponiamo, è l’unica garanzia contro l’eventualità non tanto ipotetica di una formazione di un quadro universitario comunista sindacalizzato, incapace di vedere, oltre i limiti della propria condizione sociale immediate.

È questo il primo elemento da cui deve muovere il processo di elaborazione unitaria, a cui prima mi sono riferito. Ma da questo errore iniziale deriva tutta una serie di conseguenze, che danno corpo, sia pure in termini ancora confusi, a posizioni estremistiche di varia natura, che non possono avere spazio e giustificazione all’interno della Federazione giovanile comunista.

Sintetizzando, questa linea estremistica consiste nel negare la possibilità di una linea positiva non integrata nell’ambito dell’università; per cui ogni forma di rappresentanza è necessariamente uno strumento di integrazione, ogni obiettivo di lotta rientra organicamente in una linea di ammodernamento capitalistico, e l’unica azione rivoluzionaria possibile è l’emancipazione delle coscienze, attraverso una intensificazione del discorso ideologico e una più diretta relazione del movimento studentesco con le organizzazioni della classe operaia.

Rileviamo anche qui, ancora una volta, il rifuggire delle responsabilità proprie del partito politico, l’attribuzione arbitraria di compiti politici generali, di rottura dell’equilibrio di potere esistente, a un momento parziale della lotta anticapitalistica; parziale non per volontà soggettiva, ma per la sua oggettiva legge di sviluppo. È chiaro infatti che il movimento universitario, se viene visto per quello che è destinato ad essere e non attraverso gli specchi deformanti delle buone intenzioni, può solo proporsi obiettivi parziali di contestazione, contrastare alcune tendenze del capitalismo e non la sostanza del suo meccanismo di sviluppo.

È chiaro anche come il movimento studentesco, pur trovando oggettivamente dei punti di coincidenza con le prospettive del movimento operaio, non può annullarsi in esse, per cui è altrettanto sbagliato ridurre i compiti della sinistra universitaria ad un atto di solidarietà con la classe operaia, quanto attribuirgli quei compiti eversivi generali che sono propri del movimento di classe organizzato.

Sta dunque alle forze politiche recuperare gli obiettivi parziali del movimento studentesco in un disegno più ampio; se il movimento operaio non è all’altezza di questo suo compito, e si avvia esso ad una integrazione, non sarà certo possibile alcuna azione di rottura. Dipende quindi dalla nostra azione politica, dalla nostra capacità di generalizzazione della lotta, lo sbocco finale a cui può approdare l’azione autonoma del movimento studentesco. E questo sbocco, non lo neghiamo, può essere anche quello dell’integrazione, del ripiegamento corporativo. Ma questo ci deve trarre non già a negare la validità di un’azione sindacale, ma a definire in modo rigoroso una nostra strategia politica, che possa correggere il movimento e impedire che si richiudano le contraddizioni che esso apre con la sua azione rivendicativa.

Ci sembra, in sostanza, che al fondo di questo posizioni stia un difetto di analisi, una mancata comprensione del rapporto specifico che intercorre fra l’università e la società capitalistica, nelle sue forme attuali. Ed è appunto un’analisi di questo tipo che abbiamo cercato di fornire con il documento preparatorio di questo convegno, ritenendo che la messa a punto di questi problemi sia essenziale ai fini sia del rilancio del movimento studentesco, in questa fase di lotta politica ravvicinata, sia della chiarificazione nelle file della nostra organizzazione.

Sottolineando l’esigenza di questa analisi del rapporto scuola-società, sottolineiamo altresì il carattere non restrittivo del sindacalismo universitario.

Il movimento studentesco infatti non può non aprirsi a tutta la problematica relativa alla funzione sociale dell’università, tende quindi ad uscire dai limiti circoscritti della scuola, così come anche il sindacato operaio è condotto a superare l’ambito ristretto della fabbrica. Una visione economicistica sarebbe quindi assai dannosa, se consideriamo soprattutto il fatto che il movimento studentesco, proprio in quanto opera nella scuola, non può prescindere dalle componenti culturali e dalla funzione sociale che esercitano.

Senza entrare ora in un esame disteso di queste questioni più generali, ci importa intanto sottolineare le sollecitazioni che vengono al movimento universitario dal maturare della situazione politica, dalle scelte di politica scolastica che il governo ha compiuto e dalle richieste alternative dei partiti di sinistra.

È rintracciabile una linea di continuità nell’azione governativa, a partire dalla commissione d’indagine fino alla recente definizione del disegno di legge.

Una linea di continuità, pur attraverso le inevitabili oscillazioni dovute alla contingenza politica, al variare degli equilibri di potere. La classe dominante ha quindi espresso una sua proposta omogenea, di cui cerchiamo qui di cogliere i tratti essenziali.

Anzitutto, la scuola deve contribuire all’espansione produttiva, nelle forme che le sono proprie in una società capitalistica: e ciò avviene mediante la formazione di quadri tecnici intermedi, predisposti ad un inserimento subalterno nella produzione, mediante una utilizzazione della ricerca scientifica secondo i fini e gli interessi dei gruppi monopolistici, mediante uno sviluppo quantitativo di tutto il settore dell’istruzione professionale, inteso come semplice avviamento alla professioni o addirittura ad una mansione determinata.

La classe dominante quindi richiede un certo tipo di integrazione della scuola alla società, e solleva così un problema teorico di fondo. Sarebbe una grave rinuncia ed un atteggiamento arretrato, se il movimento studentesco si limitasse a negare in assoluto ogni integrazione sociale, per rivendicare alla scuola, e in particolare all’università, una astratta autonomia.

L’università non ha più soltanto la funzione di riprodurre le élites dirigenti e, con esse, l’ideologia della classe dominate, ma assume un ruolo determinante nella formazione delle capacita professionali e nell’esercizio della ricerca scientifica, così da influire direttamente sul tipo di sviluppo economico in atto. È questo un dato da cui non possiamo prescindere, ed è a questo livello che dobbiamo intervenire, per richiedere una integrazione diversa, che contrasti le tendenze immediate del capitalismo.

Su questa strada, l’elaborazione nostra e del movimento studentesco deve ancora arricchirsi e divenire più precisa. È comunque importante che ci sia fin da ora un accordo di fondo sul metodo della ricerca, sul punto di partenza che abbiano posto anche nel nostro documento. L’università entra in una relazione sociale, al di là di ogni nostra soggettiva intenzione, e si tratta allora di vedere quale relazione sociale preporre. Evitare questo problema significa assumere di fatto una posizione conservatrice, che vede soltanto l’aspetto ideologico della scuola e lascia poi alla spontaneità del mercato la determinazione del suo ruolo sociale.

Per affrontare in modo corretto questo problema, è necessario distinguere lo sviluppo oggettivo delle forze produttive e la politica della classe dominante.

L’università deve favorire lo sviluppo produttivo, esaltare tutti gli elementi dinamici presenti nella società, ma deve poi orientare questo sviluppo in una direzione diversa, entrare in contrasto con le scelte politiche e di classe del capitalismo. Emerge allora una prima discriminante: da un lato – è questa la posizione governativa – la scuola deve solo adeguarsi allo sviluppo quale è, assumendo un ruolo del tutto subordinato: dall’altro, e possibile richiedere al contrario che la scuola intervenga nello sviluppo produttivo per correggerne gli squilibri e le tendenze anarchiche, per promuovere nuove relazioni sociali per formare una forza lavoro qualificata, e dotata di una più alta capacità contrattuale.

Veniamo cosi al secondo tratto della politica governativa: la delineazione di un modello di organizzazione scolastica, che cristallizza i ruoli sociali, che impedisce un processo di promozione sociale che mantiene intatte tutte le barriere di classe proprie del vecchio ordinamento scolastico. La soluzione data al problema dell’istruzione professionale e l’introduzione di un primo livello di diploma nell’università sono gli esempi più chiari di questa scelta politica conservatrice. Di fronte a questo fatto, si viene precisando la possibilità di una linea positiva di contestazione che abbia come suoi capisaldi la richiesta di una mobilità verticale e il rifiuto di ogni separazione delle diverse funzioni della scuola, in particolare della funzione culturale e di quella professionale.

In terzo luogo, viene riaffermata la strutture autoritaria della scuola, che lascia alla studente solo la possibilità di ratificare ciò che già esiste.

Questo nuovo autoritarismo, mascherato dal principio dell’efficienza, tende a produrre una tecnica politicamente neutrale, impegnata soltanto a riprodurre il ciclo della produzione, senza intervenire criticamente a determinare i fini sociali.

In questo modo gli obiettivi di riforma si collegano da vicino agli obiettivi di democrazia, e soltanto in questo nesso si trova la via di una battaglia che non sia di retroguardia. Infatti la tendenza del capitalismo è verso una separazione del momento decisionale del momento della democrazia, il che significa riduzione della democrazia a organizzazione del consenso. Non è esclusa quindi una funzionalità degli istituti democratici alle oggettive tendenze autoritarie, nella misura in cui sono appunto soltanto democratici. E allora, per restituire alla democrazia il suo valore universale di fondazione delle scelte sociali, è necessario sottrarre all’automatismo del mercato capitalistico gli strumenti esecutivi, e cioè battere il mito della neutralità e oggettività della tecnica, per farne un mezzo di strumentazione delle scelte democratiche. È necessaria dunque una riforma delle strutture, e dei contenuti culturali.

Se queste sono le caratteristiche di fondo della politica governativa, sta al movimento universitario esprimere una linea antagonistica, la quale può avere il risultato di contrastare le prospettive e breve e medio termine del capitalismo.

L’organizzazione democratica degli studenti in un movimento sindacale di massa e già per se stessa un fatto positivo, che riduce i margini dell’autoritarismo e garantisce una continua dialettica all’interno dell’università. Ma soprattutto a questa organizzazione devono corrispondere precisi obiettivi di lotta che diano il senso di una prospettiva diversa, non omogenea ai disegni del capitalismo. La rivendicazione dei dipartimenti, come cellula fondamentale della vita universitaria, in cui le diverse funzioni affidate all’università si trovano strettamente congiunte, in cui si applica fino in fondo il metodo delle decisioni democratiche e del lavoro collettivo, in cui si realizza una articolazione dei ruoli professionali corrispondente alle esigenze oggettive della produzione; e in secondo luogo il riconoscimento dello studente come lavoratore intellettuale, che già esercita una funzione sociale produttiva, e quindi la realizzazione effettiva del diritto allo studio, sono questi i punti centrali di una linea rivendicativa, che può essere considerata subalterna solo da chi non ha il senso dei reali rapporti di forza e delle tendenze oggettive del capitalismo quale è oggi.

Suscitare un movimento di massa su questi obiettivi è per noi un risultato politico di grande rilievo e noi ci impegniamo a lavorare in questa direzione, lasciando che l’astratto intellettualismo si masturbi nelle sue sterili riflessioni.

L’attuale momento politico, dopo una vasta lotta del mondo universitario contro il piano Gui, registra un accordo governativo sui problemi dell’Università che conferma la linea capitalistica di riforma e si limita a mediare alcune esigenze parziali. Siano quindi in una fase di lotta ancora aperta, e anzi ancora più ravvicinata, in una fase in cui alla maturazione oggettiva dei problemi deve corrispondere, in sede politica, una più precisa definizione degli obiettivi.

Qual è la strategia di lotta che noi proponiamo in questa fase decisiva della scontro, quali i compiti che assegniamo al movimento unitario?

Sono domande, queste, che non possono essere rinviate nel tempo, che richiedono una risposta ed un impegno immediati. Se da un lato è necessaria la riflessione, la definizione più rigorosa di una linea – e questo convegno può essere un contributo in questa direzione – dall’altro vi è una dura lotta politica da condurre, con gli strumenti di cui disponiamo, con le forze che già sono coscienti. Non ci nascondiamo la difficoltà e i pericoli della situazione: a questo punto di maturazione dei problemi, le divisioni che pure esistono nel movimento, le insufficienze degli strumenti di organizzazione, in breve tutti i limiti del movimento sono destinati ad emergere con un vigore nuovo.

C’è il rischio dunque che di fronte alle proposte governative nella loro ultima definizione, si verifichino cedimenti o prevalgano interessi corporativi. Non dobbiamo dimenticare infatti che l’opposizione al piano Gui non sempre nasceva da una critica generale, ma spesso si fondava su critiche parziali e su esigenze di categoria.

Di qui non può discendere certo un atteggiamento rinunciatario, ma al contrario vanno individuati obiettivi di lotta capaci di rinsaldare l’unità di tutte le componenti dello schieramento antigovernativo. Anzitutto, quali sono le reali capacità programmatici del governo? È chiaro che una linee di sviluppo della scuola si qualifica alla luce del quadro politico generale in cui si colloca. Ora, noi abbiamo assistito di volta in volta, al fallimento di tutte le illusioni programmatrici, da Giolitti a Pieraccini, abbiamo visto sempre il prevalere di una linea ben più realistica, fondata sul potenziamento dei monopoli, alla restrizione della spesa pubblica e sull’attacco antioperaio. Che garanzia può fornirci dunque un governo di questo tipo? Se non si cambia tutto l’asse della politica economica, il significato oggettive delle singole proposte non può essere che conservatore.

La ricerca scientifica, i dipartimenti, le sviluppo del settore professionale, tutto questo avviene all’interno di una linea di riequilibrio del sistema, e la scuola, ancora una volta, sarà soltanto la ruota di scorta.

In secondo luogo, chi gestisce l’azione di riforma? È ancora il vecchio quadro accademico, i notabili dell’università che si sono compromessi nelle più sporche operazioni di potere, è l’apparato burocratico ministeriale, non certo sensibile alle esigenze di democrazia e di rinnovamento.

Ecco allora che il problema della gestione democratica appare non come una semplice appendice, ma come la condizione pregiudiziale ad ogni effettivo progetto di riforma. Su questo tema, la lotta degli studenti deve rimanere aperta e svilupparsi. Che cosa può essere infatti un dipartimento diretto da qualche uomo di fiducia del rettore? Che cosa possono essere gli organismi di governo se non cambia tutto il costume della vita universitaria?

Gli studenti hanno di fronte quindi una battaglia molto precisa: chiedere una democrazia effettiva, il diritto allo studio per tutti, la reale partecipazione a tutte le decisioni di fondo.

Infine, la riforma dell’università, così impiantata sull’asse di una scuola secondaria arretrata e classista, non può, in via pregiudiziale, essere altro che un misero correttivo. Per questo crediamo che la battaglia per la riforma può svilupparsi alla condizione che non si affidi soltanto alle componenti universitarie, alla condizione che si allarghi il fronte di lotta a tutti quelli che si vedono negato l’accesso all’università, che sono costretti a rimanere nei ranghi inferiori dell’ordinamento scolastico.

Su questa linea va ripreso oggi il movimento: indicare obiettivi comuni a tutto lo schieramento, a costituire centri unitari di agitazione che uniscano gli studenti universitari agli studenti medi e professionali, le associazioni di categoria alle forze politiche e sindacali.

In questa battaglia generale, noi come comunisti dobbiamo segnare la nostra presenza, ad essere i sostenitori più convinti di una linea di sviluppo autonomo del sindacalismo studentesco. Ma resta un ultimo problema da affrontare: quali siano le forme autonome di organizzazione degli universitari comunisti. È questo un problema di fondo proprio perché all’accentuazione del momento sindacale deve corrispondere un rinnovato impegno politico, se non vogliano formare una leva di intellettuali chiusi nella loro condizione immediata e incapaci di comprendere il meccanismo generale della società in cui sono inseriti.

Prima ancora di compiere delle scelte organizzative, va detto con chiarezza che per noi l’impegno teorico, la ricerca, lo studio [appassionato] del marxismo debbono essere le caratteristiche permanenti del militante comunista, dell’intellettuale che aderisce ad una scelta rivoluzionaria.

Queste impulso alla ricerca, ci sembra, non si è sviluppato abbastanza, si è perso un po’di vista il quadro d’insieme dei compiti politici del partito di classe.

Per queste, riaffermiamo la necessita dei circoli universitari della FGCI, come luogo di elaborazione e di formazione politica.

Il circolo universitario è anzitutto un’istanza politica, che realizza il rapporto fra i giovani intellettuali e il partito di classe. Questo rapporto non può risolversi tutto nelle strutture orizzontali del partito, perché in tal caso verrebbe meno il carattere specifico dell’intellettuale come specialista, si finirebbe cioè per proporre una milizia generica ed un’adesione moralistica alle prospettive del movimento di classe, rinunciando ai contributi specifici, alla utilizzazione rivoluzionaria delle determinate capacità intellettuali.

Il circolo universitario garantisce questa autonomia, che non è separazione, ma sforzo di ricomprensione della linea generale partendo dalle istanze specifiche, delle ricerche in profondità, settore per settore.

In secondo luogo, il circolo universitario entra in relazione col movimento unitario, nel senso che ne valuta il significato politico e ne accoglie tutte le sollecitazioni alla ricerca. La presenza dei comunisti nell’università, col loro patrimonio teorico, non dove certo andare perduta; e cosi, più in generale, la presenza di tutte la sinistra operaia.

A questo fine, si possono realizzare anche nuovi strumenti di organizzazione: le cellule di facoltà anzitutto. Nelle facoltà si pongono infatti tutti i problemi di riordinamento della struttura universitaria, e il lavoro dei comunisti nella facoltà può quindi muoversi nella duplice direzione della elaborazione culturale e delle sollecitazione politica nei confronti del movimento unitario.

Meno utile ci sembra essere invece la sezione universitaria del partito, che rischia di riassorbire il circolo universitario e di essere soltanto il punto di confluenza, al livello più basso, di diversi interessi di categoria.

Il rapporto col partito va trovato ad un altro livello, mediante un rapporto politico e non puramente organizzativo, con i suoi organi democratici di direzione, e con tutto il patrimonio della sue linea politica, vista nella continuità della sua storia.

Con le nostre scelte, vogliamo anche rinsaldare questo senso del partito, che per i giovani intellettuali non deve essere solidarietà astratta verso il movimento operaio, ma contributo creativo e originale, al più alto livello di tensione delle proprie energie morali e intellettuali.



Numero progressivo: F15
Busta: 6
Estremi cronologici: 1965, 7-8 maggio
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Fogli battuti a macchina
Tipo: Relazioni
Serie: Scritti Politici - PCI -