CONSIGLIO GENERALE CGIL DEL 12 LUGLIO 1988

Relazione di Riccardo Terzi – Segretario generale aggiunto CGIL Lombardia

1) Con questa riunione del Consiglio Generale ci proponiamo un bilancio politico dell’esperienza sindacale di questi ultimi mesi.

Questa scelta di una discussione di carattere generale ci sembra obbligata, dato che concludiamo, con questa riunione, una stagione di lavoro prima della pausa feriale. Ma dovremo, da ora in avanti, organizzare in modo più produttivo i lavori dei nostri organismi dirigenti, con una maggiore concretezza di temi, con discussioni più chiaramente finalizzate all’adozione di decisioni e di scelte operative, con uno stile di lavoro più sciolto, meno rituale e meno burocratico.

Tra l’altro, il proposito che ci accomuna di un progressivo superamento delle logiche di componente richiede che gli organismi della CGIL funzionino bene, che siano per tutti la vera sede di discussione, di confronto e di decisione.

 

2) Nella valutazione dell’attuale fase sindacale, non possiamo prescindere da alcuni dati politici generali:

-i rilevanti spostamenti elettorali che sono avvenuti nelle elezioni politiche e nell’ultima tornata di elezioni amministrative;

-la costituzione del nuovo Governo De Mita;

-gli sviluppi del dibattito politico tra i partiti e in particolare tra i partiti della sinistra.

Trattando di questi temi, non è semplice individuare il terreno di una possibile valutazione unitaria in quanto ciascuno di noi sta dentro il dibattito politico con una propria personale e parziale partecipazione.

È evidente che il sommovimento in atto nella sinistra ci tocca da vicino. Esso è il segno di una situazione politica in movimento, che riflette la velocità e la profondità delle trasformazioni sociali. Non contano più le antiche rendite di posizione, ci riduce la forza aggregante di valori e di ideologie che hanno dato forma alla storia passata del movimento operaio. Per tutti c’è una nuova e difficile sfida, in presenza di un processo sociale e politico che sposta i rapporti e le sedi del potere, che cambia le forme e i contenuti del lavoro, che ridefinisce per i diversi soggetti sociali le strategie, i punti di forza, le alleanze.

Nella sinistra politica c’è un riequilibrio interno di cui possono essere date valutazioni diverse. Ma complessivamente la sinistra non riesce ad allargare la propria influenza, e si trova sulla difensiva di fronte ad un’offensiva conservatrice, condotta sul terreno economico-sociale, politico e culturale, con estrema determinazione e durezza e anche in forme nuove, moderne, non più arcaicamente reazionarie.

Io sono personalmente convinto che le sorti della sinistra politica dipendono, in misura determinante, dall’ampiezza e dalla forza della sinistra sociale. E quindi questa fase di difficoltà, di faticosa tenuta difensiva, e anche di divisione e di reciproco sospetto tra i partiti della sinistra, chiama in causa il nostro ruolo e le nostre responsabilità.

La crisi del sindacato è un elemento non secondario dello scenario politico.

E in questa situazione, pur aperta a diversi possibili sviluppi, è minacciosamente presente il rischio di una restaurazione sociale e politica, che trova nella DC, come sempre il suo punto di forza, in una DC che punta a ribadire il suo primato e che ha ottenuto alcuni significativi successi elettorali, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle elezioni regionali del Friuli.

Si accentua inoltre il fenomeno delle formazioni politiche localistiche, che in Lombardia assume, con la Lega Lombarda, proporzioni allarmanti e una aperta connotazione di destra, con elementi di razzismo e di antistatalismo reazionario.

Non si tratta di drammatizzare, di avallare un’analisi tutta in negativo, di tipo catastrofico. Ma alcuni segni inquietanti ci sono, e vanno colti per tempo.

E soprattutto occorre una risposta che non sia predicatoria, moralistica, ideologica. Il “lombardismo” reazionario si combatte con una linea politica che sia capace di rilanciare il ruolo e l’autonomia dei governi locali, di incidere sui processi di centralizzazione statalistica e di rovesciarli, di dare cioè una risposta democratica e di sinistra ad un problema reale che alimenta fenomeni di sfiducia, di qualunquismo, che si vanno diffondendo anche nelle fasce meno politicizzate e culturalmente più chiuse dei lavoratori.

E insieme, assume sempre più rilievo politico e ideale il lavoro di tutela, di organizzazione sindacale e di riconoscimento dei diritti civili delle comunità straniere. È una grande battaglia di civiltà che deve vedere il sindacato, e la CGIL in prima fila. A Milano in particolare questo tema prende un rilievo politico di prima grandezza, e sono di grande importanza gli sforzi politici e organizzativi che vedono impegnata la Camera del Lavoro.

In sintesi, dunque, c’è una situazione politica, incerta e complessa, nella quale diviene decisivo il ruolo del movimento sindacale, la sua capacità di riqualificarsi come soggetto rappresentativo dei bisogni sociali, la sua capacità di misurarsi, con una propria autonomia culturale e di classe, con i processi di trasformazione e di innovazione che attraversano l’intera società italiana.

Se misuriamo con questo metro i nostri compiti, non possiamo non vedere i limiti e i ritardi del nostro lavoro, non possiamo appagarci dei risultati ottenuti. E dobbiamo quindi pretendere da tutto il corpo della nostra organizzazione uno scatto politico, una tensione, una più forte motivazione ideale, intendendo così la rifondazione, come un processo politico e non solo come avvicendamento dei gruppi dirigenti.

 

3) La formazione del Governo De Mita sta dentro questo quadro contraddittorio. Il nostro giudizio fortemente critico non è aprioristico, ma è suffragato dai fatti, dai comportamenti concreti.

Il Governo De Mita ha cercato, al momento della sua formazione, di caratterizzarsi sul tema delle riforme istituzionali, accreditando l’idea, di una fase di transizione politica, fatta in realtà di sola apparenza e di sola manovra tattica.

Al dunque, tutta questa operazione, sgombrata dalla retorica e dall’enfasi propagandistica, si riduce a qualche aggiustamento parziale e minimale che non tocca la sostanza del funzionamento dello Stato. Non c’è un disegno organico di riforma. C’è solo il proposito di rafforzare i poteri dell’esecutivo a scapito delle prerogative del parlamento, e di consolidare i poteri di controllo delle segreterie politiche dei partiti, seguendo di fatto quella logica interpretativa dei problemi della società moderna secondo cui il deficit di governabilità va attribuito ad un eccesso di democrazia.

In questo dibattito sulle riforme istituzionali è mancata finora una voce propria e autonoma del sindacato. Credo che questo vuoto debba essere colmato. Altrimenti rischiamo di subire processi politici che limitano le possibilità di controllo sociale, che restringono gli spazi di democrazia che sono per noi essenziali.

Un intervento autonomo del sindacato dovrebbe, a mio giudizio, fondarsi su due presupposti:

  1. a) un rilancio molto deciso di una linea di decentramento dei poteri dello Stato. Se vogliamo sfuggire alla morsa della centralizzazione dobbiamo costruire un sistema di poteri fortemente decentrato, con un ruolo delle Regioni in primo luogo, e con una definizione chiara delle competenze tra i diversi livelli istituzionali (Comuni, Province, aree metropolitane).

Solo così la nostra iniziativa può avere interlocutori, controparti autorevoli, possibilità quindi di un effettivo decollo su scala territoriale.

Ma non è solo un’esigenza del sindacato. È un’esigenza più generale di partecipazione, di controllo democratico, che vale per tutti i soggetti sociali, per i movimenti, per i cittadini.

In questo quadro vanno discusse le proposte per un nuovo ordinamento legislativo dei Comuni e delle Province. E vanno contrastate ipotesi di controriforma, come quella avanzata nel settore sanitario o come quelle che si traducono, in molti campi, nella richiesta di una “authority” slegata dal sistema democratico.

  1. b) Un riesame dei compiti e del ruolo dello Stato dal punto di vista del governo democratico dell’economia. In questi anni non solo è stato accantonato il tema della programmazione, ma sono avvenuti e sono in corso processi di concentrazione e di internazionalizzazione dell’economia che sfuggono ad ogni controllo e che non rispondono alle esigenze collettive.

Lo Stato è sempre più espropriato delle sue funzioni, e cresce il peso, il potere, non solo economico ma politico, di grandi concentrazioni economico-finanziarie.

Quando abbiamo ragionato sulla presenza della FIAT in Lombardia, ci siamo imbattuti concretamente in questo problema.

Ecco allora un grande e decisivo campo di discussione e di elaborazione: la ridefinizione di una linea di programmazione economica, la riforma, in questa ottica, della pubblica amministrazione, il rilancio del ruolo delle PP.SS. e la necessità di ricondurre le loro scelte di politica industriale ad una visione politica, contro i processi in atto che danno luogo non solo a privatizzazioni di singole aziende e settori, ma ad una logica privatistica che annebbia il ruolo specifico e autonomo delle imprese pubbliche, la legislazione antitrust, la definizione di regole, di diritti, di forme riconosciute di partecipazione e di controllo da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali alle scelte strategiche delle imprese.

Su questi due capisaldi possiamo tentare di svolgere un nostro ruolo autonomo nel confronto con le forze politiche. È un tema che ci proponiamo di affrontare anche in Lombardia, riprendendo e sviluppando elaborazioni e proposte che già abbiamo prodotto e a cui ora dobbiamo dare una più complessiva organicità.

4) Sugli altri punti programmatici, il rapporto Governo-sindacato ha segnato una preoccupante battuta d’arresto. In primo piano sta per noi la questione della riforma fiscale, condizione essenziale di equità, metro di misura della qualità politica dell’azione del Governo, dopo un periodo in cui è avvenuta una massiccia redistribuzione del reddito a danno dei lavoratori dipendenti, al punto da creare ormai una questione sociale che è acutissima in tutti i settori, nelle fasce più deboli come in quelle a più alta professionalità.

Lo sciopero regionale del 5 luglio con le manifestazioni di Milano, di Brescia, e di Mantova, segna un successo dell’azione sindacale. Anche se dobbiamo registrare alcuni punti di debolezza, tra gli impiegati e in alcuni comparti del terziario e della pubblica amministrazione.

È una prima tappa, e ancora dobbiamo consolidare un clima di fiducia e di mobilitazione unitaria, e rendere chiaro che questo obiettivo è per il sindacato una priorità decisiva, su cui siamo determinati ad organizzare una lotta e un movimento di lunga durata.

Le risposte del Governo sono negative, si limitano ad una manovra di riequilibrio tra Irpef e Iva, senza toccare gli aspetti strutturali del sistema fiscale.

Per noi, la piattaforma è organica e indivisibile. Ci può essere gradualità, ma non siamo disposti ad accettare una menomazione, un’operazione che si limiti cioè a qualche parziale correttivo.

Per questo il movimento deve crescere e deve avere una sua tenuta, una capacità di reggere alle manovre, alle pressioni, alle controffensive che in questo campo vanno previste e fronteggiate con lucidità e con fermezza.

 

5) Anche sugli altri terreni l’azione del Governo è deludente e negativa. Cito solo, per sommi capi, i capitoli di un confronto col Governo che stenta a produrre risultati e che anzi segna su alcuni punti un arretramento.

  1. a) Politiche per il Mezzogiorno e per l’occupazione, per le quali ancora non c’è stata alcuna inversione di rotta, col risultato che si accentua il divario Nord-Sud;
  2. b) ristrutturazione dei settori industriali di base, a partire dalla siderurgia (è aperto un confronto sindacale con la Finsider e con il Governo che presenta tuttora molti punti di contrasto e di acuta tensione sociale, nel Mezzogiorno ma anche in importanti centri industriali del Nord);
  3. c) definizione delle opzioni strategiche del sistema delle PP.SS. (polo chimico, telecomunicazioni, energia, agro-industria);
  4. d) riforma pensionistica, con una rimessa in discussione da parte del Governo di tutte le intese precedenti;
  5. e) mercato del lavoro;
  6. f) legislazione per i diritti dei lavoratori nelle piccole imprese;
  7. g) riforma della pubblica amministrazione.

A questi temi, da tempo al centro di un confronto tra Governo e sindacato, si aggiunge la questione, di grande rilievo politico e di ormai imminente scadenza, dell’unificazione del mercato europeo, per la quale è evidente il ritardo dell’azione di Governo, l’impreparazione, la tendenza ad affidarsi ai meccanismi spontanei del mercato, e la necessità anche di un’accelerazione dell’iniziativa sindacale (vedi convegno della CGIL del 14 e 15 luglio).

La scadenza del ‘92 mette in evidenza i limiti strutturali del nostro sviluppo economico, per cui rischiamo di entrare nel mercato unico con alcune pesanti palle al piede, con l’arretratezza del Mezzogiorno, con l’inefficienza della pubblica amministrazione, con le dimensioni abnormi del debito pubblico.

In vista di questa scadenza, la CGIL Lombardia partecipa, insieme col DGB di Francoforte e con l’UGT di Barcellona, ad un progetto pilota europeo di formazione di quadri sindacali, di durata triennale, che dovrebbe coinvolgere 7 dirigenti della CGIL, con particolare attenzione ai settori più direttamente coinvolti nei processi di integrazione.

L’inadeguatezza del Governo e del suo programma sollecita l’avvio di un processo innovativo, basato sull’unità delle forze riformatrici, sulla loro capacità di costruire convergenze e di strappare risultati. E ciò richiede un collegamento tra azione politico-parlamentare e azione di massa.

Quando questo collegamento si è realizzato, come nella battaglia per una nuova politica energetica, si sono ottenuti risultati politici importanti e si sono costrette sulla difensiva le forze conservatrici.

Il sindacato può favorire questo processo e può sollecitare una più decisa azione politica della sinistra, e lo può fare nella più rigorosa difesa della propria autonomia, e insieme dando alla propria iniziativa un più ampio respiro progettuale e culturale. Di qui appunto la necessità di un progetto della CGIL, di un nostro protagonismo politico che non è fiancheggiamento, ma capacità di porre sul tappeto i temi di fondo dello sviluppo e della trasformazione sociale.

I rapporti con CISL e UIL presentano crescenti difficoltà politiche, e anche a livello lombardo permane un quadro di precarietà.

L’unità d’azione, che pure ha consentito la gestione della passata stagione contrattuale e anche l’avvio della vertenza fisco, non ha rimosso differenze strategiche e di principio che riguardano la concezione stessa del sindacato, il rapporto coi lavoratori, le regole di democrazia, il modello contrattuale.

Su questi temi i margini esistenti per un compromesso e per una mediazione sono obiettivamente assai ristretti, anche perché ci si trova talora di fronte a posizioni assai rigide, fino alla minaccia di accordi separati.

Noi non dobbiamo, per quanto ci riguarda, farci deviare da una linea di ricerca, seria e convinta, dell’unità sindacale, e dobbiamo apertamente contrastare, dentro l’organizzazione, posizioni e giudizi che presuppongono l’esaurimento definitivo dell’unità d’azione, e che, di fronte alle difficoltà reali, privilegiano comunque l’adozione di posizioni di organizzazione rispetto alla ricerca unitaria.

Ma, ripeto, i margini si sono ristretti, e ci sono questioni per noi essenziali e di principio che non possiamo sacrificare.

Nella vertenza scuola abbiamo dovuto scegliere una posizione distinta come CGIL, affermando da un lato la necessità di un riconoscimento del pluralismo sindacale esistente e rifiutando di attribuire alle sole confederazioni il monopolio della rappresentanza, e dall’altro lato condizionando la firma del contratto alla verifica democratica del consenso dei lavoratori.

Non vedo quali altre vie avessimo a disposizione, se non al prezzo di un cedimento e di una archiviazione precipitosa di scelte e di posizioni politiche che hanno caratterizzato l’identità della CGIL.

Con i COBAS e con le varie forme di sindacalismo autonomo abbiamo più di un motivo di polemica, per le linee rivendicative e per le forme di lotta. Ma non è accettabile nei confronti di questi fenomeni una linea di arroganza, che nega alle radici il diritto all’esistenza di associazioni sindacali fuori dalla realtà storica delle Confederazioni.

Se era una sciocchezza liquidare il movimento dei quadri vedendo in esso la longa manos delle imprese, così oggi è una sciocchezza e un errore politico pensare che si possa liquidare un fenomeno reale, per quanto discutibile esso sia, facendo la faccia feroce e invocando provvedimenti autoritari.

Nel merito c’è una battaglia politica da fare, ma su una linea che sia di rigorosa e coerente difesa di tutti i diritti democratici. Si pone, naturalmente, un problema di coerenza per gli iscritti alla CGIL, che non possono contemporaneamente aderire alla Confederazione e aderire ad altre strutture sindacali se esse pretendono di essere riconosciute come soggetti contrattuali. Noi non auspichiamo questo esito, non auspichiamo cioè il proliferare di sindacati autonomi, ma tuttavia se le cose procedono in questa direzione non possiamo accettare una doppia rappresentanza, perché la CGIL non può essere come un contenitore vuoto nel quale ciascuno si può organizzare secondo proprie regole.

Se la regola non può più essere il monopolio istituzionalizzato delle organizzazioni maggiormente rappresentative, occorrono nuove regole per l’individuazione dei soggetti contrattuali, delle procedure di consultazione dei lavoratori, e anche delle forme di esercizio del conflitto sindacale nei servizi di pubblica necessità.

È urgente fare chiarezza su questo complesso di questioni, per superare una fase di anarchia e di arbitrio, che tiene aperto un varco pericoloso per possibili interventi di autorità del Governo.

La discussione sul disegno di legge che regola il diritto di sciopero è già aperta in Parlamento, e dobbiamo assolutamente evitare che essa imbocchi una strada diversa da quella indicata dal sindacato, e per ciò occorre un’iniziativa, un confronto aperto coi lavoratori, una pressione sulle forze politiche. Non c’è, finora, sufficiente attenzione e sufficiente impegno. E c’è ancora un’area di opposizione pregiudiziale, che rifiuta alla radice qualsiasi ipotesi di intervento legislativo, da cui deriva un atteggiamento pericoloso di passività.

Il problema è invece quello di influire sull’iter legislativo, in modo che esso abbia sbocchi corretti, concordati con il movimento sindacale unitario, e per questo ci dobbiamo attivare nei confronti dei gruppi parlamentari, particolarmente della sinistra, per impedire colpi di mano e per ribadire il principio che in una materia come quella del diritto di sciopero è inaccettabile qualsiasi decisione che non sia verificata consensualmente con le organizzazioni sindacali.

Questa necessità di trasparenza nelle regole di rappresentanza e di democrazia pone a tutto il sindacato, e anche alla CGIL, problemi ed esigenze nuove. Impone che venga compiuta seriamente una verifica di consenso sia sulle piattaforme sia sulle ipotesi di accordo. E che un referendum perso non venga camuffato, stravolto o drammatizzato rovesciando su quei lavoratori accuse di irresponsabilità o provocazione.

Le regole di democrazia hanno senso solo se vengono rispettate rigorosamente, altrimenti sono un trucco.

Se il referendum è per noi lo strumento più appropriato, possiamo tuttavia prendere in considerazione altre modalità di consultazione, anche perché l’efficacia del referendum dipende dalla sua universalità, e quindi dal fatto che tutte le organizzazioni sindacali si impegnano per la sua organizzazione.

Ma deve essere chiaro che si tratta comunque di regole vincolanti, che consentano l’espressione democratica della volontà dei lavoratori, e che non lascino margini all’arbitrio interpretativo e alla manipolazione da parte dei gruppi dirigenti.

Su tutti questi temi della rappresentanza avevamo in programma un seminario regionale, che abbiamo dovuto rinviare, e che pensiamo di organizzare a settembre. Resta, comunque, un punto cruciale della nostra elaborazione, intorno al quale abbiamo bisogno di un confronto politico serrato, a livello regionale e nazionale.

 

7) In questa situazione di difficoltà nei rapporti unitari tra le Confederazioni si inserisce l’iniziativa del padronato che tende ad imporre un nuovo regime di relazioni e che tende, a questo fine, a sfruttare a proprio vantaggio le divaricazioni strategiche presenti all’interno del sindacato.

Il punto-chiave di questo attacco, dopo una fase in cui piuttosto velleitariamente si è teorizzata la fine del sindacato, è la negazione del ruolo del sindacato come soggetto collettivo che al livello dell’impresa esercita un controllo sociale sulle condizioni di lavoro, sull’organizzazione, e tendenzialmente anche sulle strategie. Il che rappresenta esattamente per noi il punto essenziale della strategia sindacale. Nella discussione, talora un po’ nominalistica, intorno alla centralizzazione e all’articolazione, il nocciolo di verità sta in questa riaffermazione forte del ruolo proprio del sindacato in quanto interlocutore e agente contrattuale su tutti gli aspetti del rapporto di lavoro.

La proposta di Mortillaro ipotizza, in alternativa, un modello centralizzato di regolazione della dinamica salariale, che non offre nessuna possibile base di confronto, perché appunto è messo in questione il ruolo essenziale del sindacato. In modo diverso, la Fiat avanza un’ipotesi di collegamento tra dinamica delle retribuzioni e dinamica dei profitti, che esclude qualsiasi funzione del sindacato nella contrattazione delle condizioni di lavoro e nel controllo dei processi di innovazione.

Che la proposta della Fiat sia una provocazione strumentale volta ad affossare il negoziato sulla piattaforma sindacale, e priva di elementi innovativi, è dimostrato dalle reazioni e dai giudizi che si sono verificati anche nel mondo imprenditoriale.

Piuttosto, colpisce e preoccupa la dichiarazione di disponibilità che su queste proposte viene da alcuni settori del sindacato, per i quali sembra che la prova di modernità stia essenzialmente in uno spirito di collaborazione con le imprese fine a se stesso, indipendentemente dalla qualità delle proposte che vengono avanzate.

Moderno è il sì, e il no è comunque “ideologico”. È una caricatura assurda e inaccettabile. È vero piuttosto che il nostro no a queste ipotesi di riforma delle relazioni sindacali può diventare più forte e convincente se riusciamo a prospettare un modello che definisca, con più chiarezza rispetto alla situazione attuale, regole, competenze dei diversi livelli contrattuali, cadenze, modalità di articolazione. Su tutto ciò si può e si deve discutere, ferma restando la premessa politica circa il ruolo del sindacato che ha nel luogo di lavoro e nel rapporto coi lavoratori il suo fondamento unico di legittimità.

Nella realtà, le relazioni industriali hanno avuto in questi mesi un andamento diverso da quello ipotizzato dall’ala oltranzista della Confindustria, come dimostra la notevole quantità di accordi, formali e informali, che si sono stipulati nelle imprese.

Contemporaneamente, non ha funzionato il modello innovativo di relazioni industriali previsto dal protocollo IRI; e su ciò dobbiamo riaprire la discussione.

Come dimostrano le recenti ricerche dell’IRES, la realtà lombarda è segnata da un quadro frastagliato, variegato, in cui la contrattazione si è sviluppata in varie forme e su vari terreni, spesso a livello solo aziendale, senza una diretta partecipazione delle organizzazioni imprenditoriali, e anche con una scarsa capacità di governo e di coordinamento da parte del sindacato, per cui si tratta spesso di accordi tradizionali, poco significativi sotto il profilo qualitativo. È comunque un fatto politicamente rilevante che nell’imprenditoria lombarda vi sia un atteggiamento più pragmatico, più attento al merito delle questioni che non alle dispute di principio.

Il punto di maggiore crisi è nell’area delle piccole imprese e dell’artigianato. Qui è aperto un difficilissimo confronto volto a garantire condizioni minime di salvaguardia dei diritti sindacali e di tutela del rapporto di lavoro.

Per giovedì 14 la CGIL ha indetto una giornata di iniziativa, di informazione di massa, per illustrare il punto di crisi cui è giunta la trattativa e per rilanciare le nostre proposte.

Anche in questo caso vi sono difficoltà nel rapporto unitario, che dipendono da una diversa concezione del ruolo del sindacato in questo settore, in quanto CISL e UIL ipotizzano non già la conquista e l’esercizio effettivo di diritti sindacali per i lavoratori di queste imprese, ma piuttosto una regolazione centralizzata per cui, attraverso gli enti bilaterali, attraverso le quote di servizio, attraverso la forfettizzazione dei permessi sindacali, il sindacato esterno acquisisce mezzi per finanziare una propria presenza organizzata. Mentre per noi sono prioritari i diritti dei lavoratori, da tutelare sia contrattualmente sia sul terreno legislativo.

 

8) Nel panorama della contrattazione in corso spicca, per l’eccezionale rilievo politico, la vertenza Fiat. La risposta dei lavoratori allo sciopero dell’8 è stata buona in Lombardia, mentre restano grandi le difficoltà a Mirafiori e in altri stabilimenti.

Nella riflessione retrospettiva sulla preparazione della piattaforma, possiamo mantenere molte riserve su una scelta che non ha valorizzato l’autonomia delle diverse unità produttive e che non ha tenuto conto in misura sufficiente delle esigenze specifiche, delle diverse situazioni, delle diverse storie sindacali, il che ha creato un problema e una tensione politica soprattutto all’Alfa di Arese.

Ma ora la questione è un’altra; è l’iniziativa a sostegno della piattaforma, per l’apertura di un confronto con la Fiat senza pregiudiziali.

La questione Fiat ha anche più generali risvolti politici, di cui abbiamo discusso anche recentemente sulla base di una ricerca sulla presenza Fiat in Lombardia.

Dobbiamo tener fede agli impegni assunti in quella sede: la costruzione di un osservatorio permanente sulla realtà Fiat, e l’apertura di una campagna politica per la difesa dei fondamentali diritti democratici dei lavoratori, partendo dalla Fiat investire più complessivamente tutta la realtà delle imprese lombarde, con il sostegno di giuristi, di uomini di cultura, di un fronte vasto, che a Milano e in Lombardia può essere mobilitato per impedire una regressione e un imbarbarimento delle relazioni sindacali. Più complessivamente, la contrattazione si è svolta in Lombardia con una certa ampiezza, con oltre 2.000 accordi nell’87 e 88, che hanno investito nell’industria oltre il 20% dei lavoratori. Dovremo rifare il punto, con analisi aggiornate, e ribadendo una linea che punta alla qualità della contrattazione (o.d.l., orari, ambiente, professionalità).

Questo aggiornamento deve tra l’altro consentirci di valutare la situazione dei grandi gruppi, e le situazioni nuove che si presentano in alcuni settori industriali investiti da processi di ristrutturazione: siderurgia, chimica, termoelettromeccanica. Si tratta di processi che non riguardano più solo l’efficienza di singole imprese, ma il senso di una linea di internazionalizzazione e di integrazione su scala europea e mondiale.

Su questi nodi va pienamente coinvolta la Regione Lombardia, già impegnata sul problema siderurgico ad un confronto col sindacato, con Finsider e con i privati; e vanno costruite relazioni corrette con Assolombarda e Intersind, utilizzando tutti gli spazi esistenti, come già è accaduto nelle vertenze per il TIBB e per la Breda Fucine.

Va segnalata una debolezza grave che permane nella nostra iniziativa verso l’area dei quadri e delle alte professionalità, da cui discende non solo un restringimento della nostra rappresentatività, ma anche un limite politico nel momento in cui ci dobbiamo misurare con i problemi complessi della ristrutturazione industriale, il che richiede il coinvolgimento più ampio delle competenze tecniche e specialistiche.

Per quanto riguarda il pubblico impiego, il prossimo autunno sarà segnato dal rinnovo di importanti contratti di lavoro, dalla sanità agli enti locali, per i quali è in corso la predisposizione delle piattaforme.

Si tratta di un passaggio di grande difficoltà e delicatezza, per tre ordini di questioni:

  1. a) per la necessità di affrontare le questioni salariali dentro un quadro di coerenza e di equilibrio con altre categorie, evitando di assumere come modello di riferimento il contratto della scuola, che rispondeva ad esigenze del tutto eccezionali;
  2. b) per impostare questi contratti con un’impronta innovativa, cominciando ad affrontare problemi di riforma e di efficienza della P.A.;
  3. c) per la questione delle forme di lotta, che è di estrema delicatezza soprattutto nel settore della sanità, il che comporta il rispetto rigoroso dei codici di autoregolamentazione e la ricerca di rapporti con le organizzazioni dell’utenza.

Abbiamo concluso la stagione dei congressi di categoria, che hanno realizzato, in Lombardia, un ampio ricambio dei gruppi dirigenti.

I prossimi appuntamenti sono la Conferenza programmatica della CGIL, che dovrà costruire una sintesi politica e definire le linee portanti e le scelte strategiche della CGIL, e la Conferenza nazionale di organizzazione.

È evidente che la Lombardia dovrà avere un ruolo attivo nella preparazione di questi due importanti appuntamenti.

Ma c’è soprattutto per noi la necessità di un’elaborazione più puntuale e di un’iniziativa più incisiva sui problemi di fondo che sono proprio della nostra situazione regionale.

Qui è uno dei nostri punti di debolezza: nel confronto con la Regione, nella definizione di piattaforme territoriali, nell’intervento sui processi di ristrutturazione industriale e di riorganizzazione del territorio, la nostra iniziativa è stata troppo frammentaria, episodica, e manca una chiara e organica cornice politica che dia coerenza e continuità alle nostre iniziative. D’altra parte, con la nuova direzione politica della Regione avviatasi con la presidenza Tabacci, c’è non solo un peggioramento delle relazioni con il sindacato, ma una concezione politica che riduce il ruolo autonomo della Regione, e che restringe il campo di intervento dell’istituto regionale. C’è anche, contestualmente, uno scontro politico interno alla giunta regionale e al Consiglio, che apre possibili spazi alla nostra iniziativa.

Sulla base di questa valutazione critica, la proposta della Segreteria è di tenere nel prossimo ottobre, prima della Conferenza programmatica nazionale, l’Assemblea regionale della CGIL ponendo all’ordine del giorno il tema delle politiche regionali.

Ciò richiede un impegnativo lavoro di preparazione:

-per un’analisi dell’evoluzione dell’economia lombarda, e per individuare quali sono i nodi strategici su cui concentrare il nostro lavoro;

-per affrontare i problemi di carattere istituzionale relativi al ruolo della Regione e al suo rapporto con il potere centrale e con il sistema degli enti locali;

-per una definizione delle politiche industriali, delle politiche territoriali e ambientali e delle politiche sociali;

-per costruire, in sostanza, un quadro complessivo di obiettivi che sia di supporto al nostro confronto con la Regione e all’iniziativa decentrata nei territori.

La gestione politica di tutto questo lavoro di preparazione può essere affidata all’esecutivo regionale, che dovrà predisporre un piano di lavoro, utilizzando tutti gli apporti di competenza di cui possiamo disporre all’interno e all’esterno dell’organizzazione.

Sui temi dell’ambiente, dopo l’affermazione assai positiva che ha avuto l’esperienza dell’Associazione Ambiente e Lavoro, si tratta ora di realizzare un intervento più diretto della CGIL, anche perché vengono a maturazione alcuni nodi di grande complessità, dall’attuazione della Direttiva Seveso, alla questione dei rifiuti industriali, alla necessità di nuove esperienze di contrattazione sull’ambiente di lavoro e sull’impatto della produzione industriale con l’ambiente esterno.

In questo campo abbiamo conquistato un prestigio e una credibilità, che ora deve divenire patrimonio comune di tutta l’organizzazione.

Alla ripresa di settembre, sarà riconvocato il Consiglio generale per discutere dell’iniziativa della CGIL verso le donne, dei problemi politici, rivendicativi e organizzativi, considerando questo tema come parte essenziale del progetto di rifondazione del sindacato.

Già abbiamo avuto un incontro con l’esecutivo del coordinamento donne, sia per l’impostazione politica di questo prossimo Consiglio generale, sia per definire le procedure di concertazione che dovranno essere seguite per realizzare, nei tempi previsti, il completamento del processo di rinnovamento del gruppo dirigente con l’inserimento di una compagna nella segreteria.

Su tutti gli altri temi organizzativi, in vista della Conferenza di organizzazione, dovremo avviare la riflessione più attenta, così da individuare, su tutte le questioni aperte, precise proposte e chiari obiettivi di lavoro. In questo senso affidiamo il necessario lavoro di ricognizione alla Commissione di organizzazione.

Gli andamenti del tesseramento al 1° semestre indicano una persistente difficoltà ad invertire la tendenza tra i lavoratori attivi.

Mancano ancora oltre 11.000 tessere, fra gli attivi, al raggiungimento del 100% dell’87. E anche tra i pensionati emerge un rallentamento della crescita.

L’impressione nostra è che non vi sia, nell’insieme dell’organizzazione, un’attenzione politica e organizzativa sufficiente ai problemi del tesseramento, e che perciò non riusciamo a sfruttare tutte le potenzialità e ad ottenere una netta inversione della tendenza negativa.

Occorre quindi un impegno straordinario nei prossimi mesi, con una programmazione precisa del nostro lavoro, e con il coinvolgimento di tutte le strutture, degli apparati, e dei quadri di azienda.

La segreteria, che ha definito l’assetto delle responsabilità e il modello organizzativo della struttura regionale, non ha ancora predisposto un vero e proprio piano di lavoro.

La scelta più impegnativa che proponiamo per il prossimo autunno è l’Assemblea regionale sulle politiche regionali.

Altri temi politici di rilievo risultano dalla relazione fin qui svolta. In particolare voglio ribadire la centralità della vertenza sul fisco, per la quale è indispensabile una continuità di iniziativa.

Il dibattito di oggi potrà fornirci ulteriori elementi di valutazione per la predisposizione del piano di lavoro.



Numero progressivo: A38
Busta: 1
Estremi cronologici: 1988, 12 luglio
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Pagine rivista
Tipo: Relazioni
Serie: Scritti Sindacali - CGIL -
Pubblicazione: “Nota settimanale della CGIL Lombardia”, n. 27-28, 25 luglio 1988, pp. 6-12