COMPONENTI E AUTONOMIA DELLA CGIL

Perché la decisione di Trentin può dare un forte stimolo alla ripresa del processo unitario nel sindacato

”Dal sociale al politico”, rubrica di Riccardo Terzi

La decisione di Trentin di procedere, con atto unilaterale, allo scioglimento della componente comunista della CGIL è il punto d’arrivo di una discussione travagliata iniziata qualche anno fa, ben prima della “svolta” del PCI e delle aspre divisioni che ne sono conseguite. Ne parlò per primo Antonio Lettieri, e allora eravamo in pochi ad appoggiare la proposta, considerata dai più irrealistica e velleitaria. Le motivazioni erano tutte interne alla CGIL all’analisi della sua crisi, della sua “rifondazione” annunciata e bloccata dalle inerzie burocratiche. Non era il riflesso di fatti politici esterni, ma il tentativo di ripensare su nuova basi il ruolo e l’autonomia del sindacato. Leggere i problemi interni del movimento sindacale solo alla luce delle vicende politiche è un errore di prospettiva, assai diffuso purtroppo, ma del tutto deviante. Molti dei commenti di questi giorni fanno parte di quella superficialità giornalistica abituata a vedere solo il coup de théâtre e incapace di vedere l’intero processo di maturazione che prepara una determinata decisione politica.

C’è chi esulta perché vede la riprova della crisi ormai irreversibile del comunismo italiano e l’occasione per avanzare nuove candidature di egemonia; c’è chi teme un’astuta manovra tattica, o un’operazione gattopardesca per lasciare più saldamente il potere nelle mani della burocrazia. In questi vari e opposti commenti c’è in comune una lettura strumentale e distorta, a cui sfugge quello che è il tema centrale: l’autonomia del sindacato. Questa è la scelta che impegna oggi la CGIL: portare a compimento il progetto di autonomia, e ripensare radicalmente a tutto il sistema delle relazioni tra sindacato e partiti. Nella tradizione della sinistra europea, sia essa di matrice comunista o socialdemocratica, il rapporto tra sindacato e partito è concepito come un rapporto strutturato gerarchicamente. C’è il primato della politica che si traduce nel primato del partito, portatore di una strategia generale, mentre il sindacato non può andar oltre la rappresentanza “corporativa” degli interessi. Funziona così una delimitazione pregiudiziale degli ambiti di competenza, e l’autonomia sindacale non può che essere relativa, limitata, e necessariamente essa rinvia, oltre un certo limite, alle responsabilità politiche del partito. È questo modello, così largamente diffuso su scala mondiale, che ci proponiamo di superare. Esso comporta il rischio permanente di un travisamento delle finalità autonome del sindacato, di un asservimento al sistema dei partiti, di una istituzionalizzazione subalterna. Il sindacato è soggetto politico (come usa dire con molte enfasi, ma con scarsa coerenza) se è capace di affermare radicalmente la propria autonomia di classe, se tiene aperta una permanente tensione dialettica con il sistema politico. È in questo orizzonte che si pone il problema delle componenti: esse sono la sopravvivenza non più accettabile di quel rapporto di dipendenza gerarchica del sindacato dal partito. Non bastano certamente decisioni solo organizzative, come non è bastata a suo tempo l’introduzione delle norme sulle incompatibilità. Occorre una nuova cultura sindacale, e la formazione di gruppi dirigenti che siano capaci di reggere il confronto, e se è necessario il conflitto, con il sistema dei partiti. Non per trasformare il sindacato in una istituzione para-politica, ma al contrario per esaltarne la sua specifica e autonoma funzione di rappresentanza sociale.

Che cosa può succedere allora concretamente nella CGIL? Il processo avviato dovrebbe avere come suo sbocco la possibilità di una dialettica interna che si svolga esclusivamente sul terreno sindacale. È su questo terreno che si misura la qualità e l’autorevolezza dei gruppi dirigenti. Si tratta di un processo che avrà la sua necessaria gradualità. Ma già da ora dovremo saper affrontare e risolvere tutti i problemi, di politica sindacale e di selezione dei gruppi dirigenti, nell’ambito degli organismi della CGIL e non come risultato di una mediazione tra le componenti di partito. Dovremmo tutti lavorare in modo nuovo, e tutti essere valutati nel nostro lavoro con un nuovo metro di giudizio. Quale maggioranza e quale gruppo dirigente potrà governare questo processo lo si potrà verificare solo sulla base di un esplicito confronto intorno alle diverse possibili opzioni di strategia sindacale.

Del Turco ha parlato di una nuova grande “maggioranza riformista”. Ma sembra aver già deciso, sulla base di valutazioni politico-ideologiche, chi ne deve far parte e chi no. Non mi basta un buon metodo. Partiremmo ancora una volta con il piede sbagliato, con la sovrapposizione di valutazioni politiche e di partito che impediscono di realizzare un’autonoma capacità progettuale del sindacato. Anch’io mi auguro che la CGIL possa esprimere una maggioranza larga e autorevole, e rafforzare il patto unitario che l’ha governata nel corso della sua storia. Ed è comunque positivo il fatto che tutto il gruppo dirigente, dai comunisti ai socialisti, cerchi oggi di indicare nuove strade. Ma un effettivo salto di qualità nel regime interno della CGIL può avvenire solo nella difesa più rigorosa dell’autonomia sindacale. D’altra parte, nella sua storia la CGIL, è stata vitale e creativa proprio nei momenti in cui ha saputo far valere la sua autonomia. Questo passaggio di radicale innovazione nella CGIL può dare un grandissimo stimolo alla ripresa del processo unitario, e va fin d’ora pensato esplicitamente in questa prospettiva. Unità e autonomia sono da sempre le due facce di un unico problema. È aperta una strada: per chi vuole lavorarci c’è un nuovo spazio di iniziativa e di ricerca.



Numero progressivo: H110
Busta: 8
Estremi cronologici: 1990, 7 ottobre
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Pagine rivista
Tipo: Scritti
Serie: Riflessioni politiche - Scritti Sindacali -
Pubblicazione: “Rinascita”, n. 34, 7 ottobre 1990, p. 21